La storia del Malandrinaggio nella Campagna Romana ha radici antichissime che risalgono al tempo dei romani i quali istituirono dei corpi di gendarmeria a protezione delle pubbliche vie.
Il feudalesimo vide una forte espansione delle
pratiche di Malandrinaggio, tanto più che ad esso contribuì
l'operato delle stesse guardie baronali al punto di essere
definite anche "masnadieri".
I baroni infatti sovente parteciparono in prima persona a
codeste attività: tra essi rammentiamo Everso II degli
Anguillara che riempì i suoi castelli di oggetti rubati, mentre
nel contempo tiranneggiava i propri sudditi facendoli lavorare
anche durante le festività domenicali, maltrattava moglie e
figli, compresi i suoi e sembra addirittura che si adoperasse in
opere incestuose. I figli Francesco e Deifobo, non furono da
meno: da una parte assicuravano il sovrano pontefice di mantener
sicure le strade mentre nella realtà erano i primi artefici nel
turbarne la sicurezza al punto che Paolo III mosse loro guerra
espropriandogli ben 13 castelli al cui interno furono ritrovati
infelici in catene, nonché attrezzature per la riproduzione di
monete pontificie.
Sotto il pontificato di Martino V, nell'anno 1423, furono giustiziati il brigante "Tartaglia dello Avelto, capo di squadra, perché derobava quando lo bestiame et quando le persone; et ancora - fece morire - tutti quelli latri che rubavano da Monterotonno a Campagnano
Nel 1500 fa situazione degenerò al punto tale
che furono armati "assassini contro assassini" sperando
che si estinguessero a vicenda.
Nel 1522 i due napoletani soprannominati Paternostro e
Avemaria, furono squartati dal boia rei di aver ucciso
centoundici persone.
Sisto V adottò provvedimenti decisivi per sconfiggere il brigantaggio. Abbasso la minorità delinquenziale al quattordicesimo anno e dichiarò responsabili le Comunità degli atti di brigantaggio prodotti dai propri membri.
| Tra i briganti più famosi che imperversarono nelle nostre campagne ricordiamo: Sacripante, Bastinella, Marco Sciarra, che nel 1590, alla testa di 1500 uomini, dei quali 600 a cavallo, invase l'Abruzzo e il Lazio. Per sconfiggerlo occorse un'alleanza tra napoletani, toscani e le forze pontificie. | ![]() |
La lotta contro il brigantaggio nei secoli
successivi divenne più cruenta.
I briganti catturati venivano giustiziati sul posto, poi
squartati. I "quarti" venivano appesi a pali o ad
alberi se non ve n'erano, a monito dei malfattori e lasciati
pasto per uccelli rapaci.
Tale pratica fu così frequente che entrò nel linguaggio
popolare conferendo a questi luoghi i toponimi di "Monte
dell'Impiccato" o "Quarto dell'Impiccato ".
A testimonianza di ciò il colle che si affaccia sulla Via
Cassia, al Km. 32, porta appunto il nome di Monte dell'Impiccato.
Oggetto degli agguati erano un pò tutti i viandanti, fossero essi mercanti, viaggiatori stranieri (allora Firenze era già un altro Stato), o personalità di rango. Di uno di questi cadde vittima il Petrarca, dopo la sua incoronazione nel 1341 a Roma: inseguito dai malandrini, dovette rifugiarsi a Roma e da lì riprendere il viaggio sotto scorta.
La via Cassia, tra le più transitate, era
quella in cui più spesso avvenivano le rapine, i sequestri e gli
assassinii. Il fenomeno in quel tempo era tanto esteso che i
viaggiatori venivano saccheggiati sin sulle porte di Roma.
A Campagnano il luogo degli agguati per antonomasia era Baccano.
Tra i tentativi più riusciti per combattere il malandrinaggio e il brigantaggio, rammentiamo l'opera di Cola di Rienzo, Sisto IV e soprattutto Sisto V che diede vita a metodi sistematici per debellare quella che al tempo era una vera e propria piaga sociale.
Nel corso del XVII e XVIII secolo; nella
giornata del 29 agosto, si celebrava la "Festa degli
Impiccati" in onore di S. Giovanni Battista (Santo Patrono
di Campagnano) protettore dei giustiziati.
Consisteva (oltre i consueti fuochi di stoppie e doghe, su cui
erano soliti saltare i monelli), in una grande processione ove
venivano messi alle fiamme i cordami utilizzati per le
impiccagioni. Le ceneri degli stessi venivano disperse al vento
per evitare che se ne facesse uso in pratiche cabalistiche.
Da ricordare tra i briganti del secolo XVIII,
Antonio D'Angelo, detto «Sciarretta», grassatore del suo curato
e famoso per la sua resistenza agli ufficiali fatta in prigione
con male parole, calci, morsi e percosse. "Stentò molto a
convertirsi". Sfinito fu concotto al patibolo da due
maschere da Pulcinella e due Traccagnini. "Stentò
infinitamente a morire".
Citiamo, per la grande fama acquisita, il brigante Michele Pezza
detto Fra' Diavolo.
Agli inizi del secolo XIX venne alla ribalta il
brigante Gasparone, catturato e recluso a Civitacastellana dove
scontò 60 anni di pena. Nel 1878 fu liberato per l'eccellente
condotta in carcere.
Nella seconda metà del secolo scorso furono condannati in un
solo lustro ben 700 briganti, tra i quali due bellissime donne:
Elisa, detta la Regina della Montagna e Rosa Cedrone, uccisa da
un granatiere pontificio mentre stava strangolando un militare a
cui aveva finto di arrendersi.
La Via Cassia che l'attraversa, era un vero incubo per i viaggiatori. Area malarica per tutto il Medioevo fino al secolo XIX, era teatro di soventi aggressioni da parte di briganti che erano soliti poi rifugiarsi nelle selve di Montelupoli, più volte fatte incendiare da Sisto V e dalle truppe napoleoniche allo scopo di snidarli.
Un'idea di questa selva possiamo farcela
osservando la famosa mappa del 1547 di Eufrosino della Volpaia.
In essa lungo le vie consolari sono disegnate, oltre ai
monumenti, anche le osterie ed, all'altezza del lago di
Bracciano, si nota una casetta col tetto spiovente ed un'insegna
a bandiera sporgente con la scritta "osterie". Questa
era certamente la locanda che prese il posto del quattrocentesco
albergo-posta "dello Lione", anch'esso succeduto alla
"mansio" romana, che vide far sosta perfino papa Paolo
II. Quindi a Baccano sostarono quasi tutti i viaggiatori, anche
importanti prima di giungere a Roma.
Le prose e le poesie scritte dall'Aretino, dall'Alfieri, dal Baldini, D'Azeglio, Belli, Tomassetti, ecc., sono la testimonianza giunta fino ai giorni nostri dell'esperienza, spesso negativa, fatto nella locanda. Eccone alcuni assaggi:
Affacciandosi alla finestra di una
stanzetta del primo piano della locanda della posta di Baccano si
poteva vedere la diligenza arrivare da Monterosi e da Settevene.
Era l'unico segno di vita dinamica in quel paesaggio in cui
incominciavano "il deserto, ossia la campagna che circonda
la metropoli del cristianesimo".
"Il lago di Baccano, molto ridotto nelle sue dimensioni, ma
non ancora prosciugato, contribuiva a rendere malsana l'aria del
dintorno.
Questa parte di cammino non offre nulla di bello, nè di
pittoresco, niente annunzia la vicinanza di una città tanto
ragguardevole quanto Roma. Ma tosto che si è giunti sopra
un'altura, si scoprono le sette colline, le numerose cupole delle
chiese, in mezzo alle quali domina quella di S. Pietro.
(Artaria: guida per i viaggiatori)
"Il lago di Baccano fu abbassato in
antichi tempi con più emissari, ma definitivamente prosciugato
dai Chigi nel 1833, per mezzo di un canale, detto "fosso
maestoso", presso l'osteria dell'Ellera, in cui si introduce
anche l'acqua del torrente Mola. Lo circondavano orride selve,
nidi di ladri e di assassini".
(Tomassetti: la campagna romana)
"Baccano non è un paese, ma un luogo disabitato e di aria malsana che fu già circondato da ville e da rustiche abitazioni. E' un nome lieto per il
ricordo del tempio sacro a Bacco, ma al presente orrido sito di desolazione."
Tomassetti
![]() Via Cassia e Clodia (E. Della Volpaia, 1547) |
"Vuota insalubre
region, che stato ti vai nomando, aridi campi incolti; squallidi oppressi estenuati volti di popol rio codardo e insaguinato." V. Alferi "Due o tre casali o casacce di qua e di
là "In legno da Monterosi a
Baccano |