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Formello
Veio, la città

 

 

Posta a 17 km da Roma (nell'attuale territorio del comune di Formello), in grado di controllare l'estremo corso del Tevere, Veio ha nelle fonti classiche la connotazione della grande nemica di Roma per tutta l'età arcaica e classica, fino alla definitiva conquista da parte di Camillo nel 396 a.C. La storia più antica della città collega questo centro con i miti relativi all'età monarchica: più volte le fonti menzionano un re di Veio, un Morrius e un Propertius. Non meno frequente è il ricordo di guerre tra Roma e Veio nell'età regia per il controllo della riva destra del Tevere, ove erano i "septem pagi" (secondo la leggenda presi ai Veienti già in epoca romulea) e soprattutto le saline alle foci del fiume, punto essenziale per il controllo del prezioso minerale e dell'approdo marittimo. In questa lotta, oltre a Capena, appare inserita una fedele alleata di Veio, Fidene. Ciò dimostra che il grande fiume di confine tra Etruschi, Latini e Umbro-Sabini, nella sua qualità di via d'acqua per il collegamento fra il ricco entroterra e il mare, era motivo centrale della discordia tra Roma e Veio.


Lastra del tempio dell'arce di Veii con rappresentazione del guerriero che sale sul carro in armatura tipo greco (Roma, Museo di Villa Giulia)
Nella prima metà del VI secolo a.C. le lastre fittili decorative di edifici civili o sacri recano immagini connesse alla vita del ceto dominante. L'iconografia è assai frequente in quest'epoca anche su oggetti di destinazione diversa.

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La documentazione della città è prevalentemente ristretta alle mura, forse ancora del VI sec. a.C., e ai santuari. Tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C. sia il tempio di Portonaccio che i santuari di Campetti e di Porta Caere vengono restaurati o rifatti con le nuove terrecotte architettoniche tardo-arcaiche della cosiddetta seconda fase . Dalle iscrizioni e dal materiale votivo ricaviamo che il santuario extra-urbano di Portonaccio, prestigiosissimo luogo di culto oracolare che con la sua decorazione si vuole richiamare al più celebre degli oracoli greci, quello di Delfi, frequentato da aristocratici di tutta l'Etruria, era dedicato a "Menerva"; il tipo di culto di Campetti sembra invece incentrarsi su di una figura divina infera, "Vei", dea eponima della città e - come ora sappiamo da Gravisca - assimilata alla greca Demetra.
Il culto di Porta Caere, sorto in quest'epoca, sembra anch'esso centrato sulla figura di "Menerva"; non più restaurato, invece, è il santuario di Piazza d'Armi.

La grande enfasi su questi santuari è di notevole importanza a fini storici. Essa non solo prova come alle restrizioni in campo suntuario corrispondesse uno sforzo in campo pubblico, ma anche come la "polis" veiente puntasse ad un alto prestigio internazionale centrato sul santuario di Portonaccio, e come al tempo stesso al suo interno esistessero forti gruppi plebei rivelati dal culto di Campetti, unica presenza urbana di questo culto greco, altrove costantemente extraurbano (Roma, Gravisca).

Iscrizione vascolare dedicatoria, dal santuario extraurbano di Veii (580-560 a.C. Roma, Museo di Villa Giulia)
Il testo è abbastanza perspicuo: "mi dedicò Mamarce Apunie a Vena"
A Portonaccio, infatti, le ricche dediche deposte nel santuario tra la fine del VII e la prima metà del VI sec. a.C. attestano la devozione di personaggi di alto rango e di vasta influenza politica: tra i nomi attestati figurano quello di "Avile Vipiennas", certamente Aulus Vibenna, uno dei due fratelli di Vulci collegati con la saga romana di Servio Tullio, e quello di "Avile Acvilnas", lo stesso donatore di bei vasi di bucchero ad una famiglia aristocratica di Castro nel territorio vulcente, o ancora quello di un "Karcuna Tulumnes" ed un "Velthur Tulumnes", membri della famiglia veiente dei Tolumnii che darà re alla città nel V sec. a.C.

Da questi doni deduciamo che Veio costituiva il punto di raccordo tra i territori etruschi a Nord (soprattutto Vulci, in grande ascesa tra VII e VI sec a.C.) e il Lazio, e che la "Menerva" di Portonaccio costituiva una tappa d'obbligo nella costruzione delle relazioni internazionali. Per contro, la povertà di dediche nel tempio di Vei coincide con il carattere subalterno, plebeo e grecizzante del culto: ma le già notate circostanze che il santuario fosse nel cuore della città e che alla dea si debba il nome stesso di Veio stanno a convalidare l'ipotesi della centralità dei gruppi plebei della città, e la matrice greca, mercantile e artigianale, di tali gruppi.

Con questo rinnovamento dei santuari veienti nel tardo VI sec. va senz'altro collegato il nome dell'unico artista etrusco tramandatoci dalle fonti, Vulca, al quale la tradizione romana assegna origini veienti e la creazione della statua acroteriale del tempio di Giove Capitolino a Roma, all'epoca di Tarquinio il Superbo. La coincidenza tra questi dati delle fonti e l'emergere a Veio, nell'ultimo decennio del VI sec. a.C., di una scuola di maestri coroplasti (cioè scultori in terracotta) autori di grandi statue acroteriali (cioè destinate ad ornare i vertici dei frontoni dei templi) per il santuario di Portonaccio (ma un'antefissa è nota anche dal santuario di Porta Caere) è tale da autorizzarci a ritenere autentica la tradizione romana, e ad attribuire a Vulca e alla sua scuola la paternità del celebre Apollo di Veio e delle altre sculture decoranti il tetto del tempio di Portonaccio.
Particolare dell'Apollo proveniente dal tempio di Portonaccio

Anche questo dato si unisce agli altri già rilevati nel sottolineare l'importanza di Veio come centro di elaborazione e di sviluppo dell'artigianato artistico, importanza che già nell'VIII e VII sec. a.C. era evidente, con le prime scuole italo-geometriche d'Etruria, con la sorprendente tomba "delle Anatre", incunabolo della pittura etrusca, con il caposcuola etrusco-corinzio detto "maestro Castellani", con la tomba Campana e con la tradizione dei buccheri graffiti.


Testi: Mario Torelli
Fotografie: Mario Carrieri
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