L'antica città sorge su di uno scosceso altopiano di grandi dimensioni e di forma triangolare, con il vertice verso Sud costituito dall'appendice (congiunta all'altopiano da un basso istmo) dell'acropoli di Piazza d'Armi. Ai piedi di Piazza d'Armi si congiungono i due corsi d'acqua che lambiscono l'altopiano, ad Ovest il Fosso della Mola e ad Est il Cremera, affluente del Tevere.
La cinta muraria etrusca era costruita in blocchi di tufo delle cave locali, secondo una tecnica molto raffinata (datata dagli archeologi della Scuola Britannica al tardo V sec. a. C., ma su elementi archeologici poco significativi): in basso i blocchi sono leggermente bugnati, in alto molto ben lisciati, e alle spalle (e sulla parte bassa, nei luoghi più pianeggianti) c'era un poderoso aggere (bastione) di terra riportata.
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Sono conosciute almeno
dieci tra porte e posterule, oltre alla porta della cinta
quasi indipendente dell'acropoli di Piazza d'Armi:
purtroppo nessuna conserva l'aspetto originario e molte
sono state modificate in età romana con il passaggio
delle strade pavimentate. Attualmente l'accesso alla città può avvenire attraverso la porta di Nord-Ovest, dove corre il vicolo Formellese (una traversa della strada provinciale di Formello), moderno tracciato sul principale asse viario interno di Veio antica, e attraverso la porta di Portonaccio, sita poco prima del santuario dell'Apollo; mediante sentieri moderni si possono raggiungere altri ingressi antichi alla città, mentre alle necropoli si può accedere sia dalle strade che corrono attualmente alle spalle delle colline interessate dai sepolcreti, sia dai sentieri che escono dalla città. |
Il tempio di Portonaccio La visita può iniziare dal santuario di Portonaccio. Vi si giunge da Isola Farnese attraverso una "tagliata" forse antica, perpendicolare ad una grande strada etrusca che da Portonaccio andava verso Ovest, in direzione della foce tiberina. Questa strada è ancora ben visibile, con la suggestiva tagliata, sulla sinistra del moderno cimitero di Isola Farnese; in età romana, pavimentata a poligoni di selce e bordata da sepolcri tardo-repubblicani a dado (scavati al principio del secolo), doveva scavalcare il Fosso della Mola all'altezza della porta urbana, dove tuttavia piegava costeggiando lo sperone posto sopra il santuario di Portonaccio e dove è ancora visibile.
Varcato il Fosso della Mola all'altezza dell'antico e pittoresco mulino ad acqua e presso l'altrettanto pittoresca cascata, il visitatore può raggiungere l'ingresso degli scavi, posto presso l'arco che ha dato nome alla località, Portonaccio. Qui, lungo la strada romana (più avanti smontata dagli scavatori per raggiungere i livelli etruschi), si entra nell'area del santuario extraurbano, detto dell'Apollo dalla celebre scultura acroteriale, santuario che in realtà sappiamo dalle iscrizioni dedicato a Menerva (Minerva).
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Il complesso templare etrusco era posto su di una bassa sporgenza dell'altopiano (ma ben alta sul fiume), ed era recinto da un muro di tèmenos (cioè di confine), che verso valle diveniva sostruzione della sporgenza in senso Est-Ovest, con bella tecnica a blocchi rinforzata in età romana da un ulteriore muro obliquo di contenimento. La strada romana borda il lato verso monte del muro di témenos (per poi sovrapporglisi, mentre quella etrusca lo rispettava). |
Ancora più a monte, a sinistra della strada romana, un altro muro di contenimento a blocchi costituiva il limite della strada etrusca, conducendo ad una piccola vasca destinata a raccogliere le acque di un cunicolo retrostante, acque che, varcato con condotte il tracciato viario, entravano nell'area sacra per gettarsi in una vasta e profonda piscina accanto al tempio.
Entro il témenos di forma trapezoidale si collocavano il tempio con l'annessa piscina e una piazza terminante ad Est in una larga piattaforma quadrangolare con l'altare centrale. Tutto il complesso del santuario, e soprattutto il tempio, ha subito gravi danni dal crollo sia del bordo verso valle della piattaforma sia della zona centrale dell'area sacra, in seguito al cedimento del soffitto di grotte praticate in epoca probabilmente post-classica nella collina per cavare materiali. Ciò ha fatto cadere tutte le parti centrali del tempio nel fondo della cava, dal quale sono state raccolte blocco per blocco e restaurate nella forma attuale.
Il tempio, dalla caratteristica pianta tuscanica, poteva avere tre celle o, molto più probabilmente, un'unica cella e due alae, o colonnati laterali: la sua decorazione - che ne sostituiva una più antica della metà circa del VI sec. a. C. - risale alla fine del VI, con splendide lastre di rivestimento, affreschi su terracotta per le pareti della cella, antefisse a testa gorgonica, antefisse a testa di menade, e soprattutto bellissimi gruppi acroteriali.
| I resti di questi gruppi furono trovati
in parte piamente sepolti sul lato del tempio e in parte
crollati verso il fondovalle, e sono stati pazientemente
ricomposti in statue a grandezza maggiore del vero (al
Museo di Villa Giulia). Una buona parte di questi gruppi appartiene ad un'unica bottega, identificata con quella di Vulca, e comprende statue isolate su elaborati basamenti collocati sulla cresta del tetto, ma disposte a formare gruppi ideali: di questi gruppi alcuni sono stati identificati, come quello di Apollo in lotta con Eracle per la cerva cerinite (mito insolito e raro) e quello di Latona recante in braccio il piccolo Apollo che saetta il serpente Pitone; altri, come quello cui apparteneva la celebre testa di Hermes, sono meno chiari. Oltre a questi gruppi abbiamo altre statue fittili, leggermente più antiche, un torso virile ignudo e un torso di guerriero, attribuibili ad altra bottega di coroplasti. |
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La piscina, costruita in bellissima
tecnica a blocchi e rivestita di argilla impermeabile,
con i suoi 20 m e oltre di lato, si addossava al tempio e
al muro di témenos con una evidente connessione
con il culto. Nella piazza dovevano ergersi altri ex-voto statuari; nell'estremità Est dell'area sacra, davanti ad un edificio quasi quadrato rinvenuto pieno di materiali votivi (un thesauròs?), era la piattaforma con accurato sistema di scolo delle acque destinata a sorreggere l'altare. |
Di questo rimane il filare di base con fascia e accenno di sagoma a cuscino: aveva una forma quadrata ed era perfettamente orientato, con una fossa centrale dei sacrifici rinvenuta colma di ceneri ed ossa di animali.
Lo scavo del riempimento dell'altare e della piattaforma ha restituito una quantità notevole di ex-voto del VII e VI sec. a. fra i quali avori e gioielli e ceramiche con nomi dei dedicanti iscritti.
Con la conquista romana il santuario viene ancora attivamente frequentato: a questa fase appartengono l'iscrizione a Minerva (gemella di quella di Campetti) donata da L. Tolonius e statuette votive, tra le quali quella notissima di Enea recante Anchise sulle spalle, dedicata frequentemente dai coloni romani del IV sec. a. C. come simbolo del loro trasferimento dalla seconda Troia (Roma incendiata dai Galli) alla seconda Roma (Veio). Il santuario, forse abbandonato nel I sec. a. C., fu poi attraversato dalla strada romana.
La villa di Campetti Lasciando il santuario e tornando sui propri passi, attraverso il declivio che immette nel varco dell'antica porta delle mura urbiche (porta di Portonaccio), si può raggiungere lo scavo di una bella villa romana del I sec. a. C. - I sec. d. C.
L'impianto della villa sfruttava un leggero declivio: nella parte alta si conserva una cisterna coperta a volta (destinata ad alimentare il sottostante ninfeo) e soprattutto la zona di più antica data, consistente in una serie di vani prospicienti il declivio costruiti a blocchi di tufo con pavimenti decorati da frammenti di marmi policromi; nella parte inferiore è soprattutto notevole un ninfeo a pianta semicircolare e nicchie per gli zampilli d'acqua, decorato a lastre marmoree, davanti al quale è collocata una sala voltata semisotterranea contenente resti di pittura (sembra di III stile) e pavimentata a mosaico bianco e nero; a fianco del ninfeo si svolge un bel corridoio a finestre.
Dinanzi al ninfeo, prima della seconda guerra mondiale, sono venuti in luce mosaici in bianco e nero con scene marine, pertinenti ad ambienti termali della villa, alimentati da cinque grandi cisterne ancora visibili a Sud del nucleo centrale della villa.
La città da porta Nord-Ovest a Piazza d'Armi Per una visita alla città, si entri attraverso la porta Nord-Ovest dal vicolo Formellese. Sulla sinistra, salendo sulla scarpata del ciglio del colle, si possono vedere i resti delle mura urbane liberati dagli scavi inglesi. Le mura si sovrapponevano a capanne dell'Età del Ferro, e a case costruite a graticcio (VII-VI sec. a.C.) e a blocchi (VI-V sec. a.C.).
Entrati in città, a circa 150 m sulla sinistra vi sono ruderi appena visibili del santuario di Campetti: gli scavi hanno messo in luce una grotta artificiale e, sulla fronte di questa, resti di muri a blocchi pertinenti ad un grande recinto di circa 20 m con tracce di edifici molto più tardi, di età imperiale romana, sovrapposti a quello; intorno erano i materiali della stipe votiva, in gran parte del IV-III sec. a.C., documento del culto di Vei (Cerere).
Sulla destra della strada, seguendo un sentiero nei campi, si raggiunge il santuario di Porta Caere, scavato nel 1965-70. Esso era costituito da un grande terrapieno delimitato da un bel muro di contenimento a blocchi di tufo, databile al 470 a.C. circa; entro il terrapieno sono una vasta cisterna, sempre costruita in opera quadrata, e i resti di un piccolo edificio rettangolare, forse il sacello, sostituito nella seconda metà del I sec. a.C. da un ambiente poverissimo (vissuto fino a tutta l'età Giulio-claudia) che ha inglobato nei suoi riempimenti di fondazione una stipe votiva del III-II sec. a.C.
| Proseguendo sulla stessa strada, si giunge nell'area centrale della città, dove erano gli edifici della Veio augustea, di cui rimangono in vista pochissimi muri e, sulla destra, verso la porta delle Vignacce, un avvallamento profondo del terreno comunemente indicato come area del teatro romano. La zona del foro, attraversata dalla strada moderna dopo il crocicchio, è quella esplorata negli scavi del 1812-17. |
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Di qui si proceda verso la porta delle Vignacce, dove sono visibili numerose tombe romane scavate nel tufo, tra le quali fa spicco una con inumazioni nell'abside e ai lati di questa e con i resti della decorazione a stucco della conca dell'abside (in forma di conchiglia) e del soffitto (con medaglioni), del II sec. d.C.
Ritornati sulla strada principale, si prosegue lungo l'altopiano e si costeggia la località Macchia Grande, dove, presso la porta di Capena, sono state scoperte negli anni '30 case etrusche in stato di conservazione particolarmente buono, assieme alle dediche sacre romano-repubblicane sopra ricordate. Si giunge poi all'istmo che collega l'altopiano all'acropoli di Piazza d'Armi, dove ancora oggi sono visibili i resti di una piattaforma di tufo con sovrastrutture reticolate (scavata dal Lanciani), considerati pertinenti ad una villa ma che potrebbero essere quelli del celebre tempio di Giunone Regina: lì accanto infatti si possono vedere sulla superficie del suolo fittili pertinenti ad una colossale stipe votiva - anche questa scavata da Lanciani - i cui pezzi sono oggi dispersi.
Attraverso l'istmo si entra nell'area di Piazza d'Armi. La collina, già abitata in età villanoviana (come dimostrano i fondi di capanna rinvenuti negli scavi), è cinta da un muro a blocchi con tecnica a casematte, diversa dunque dal resto delle mura di Veio. Può trattarsi di una cinta autonoma, più antica: gli scavi recenti (1972) hanno dimostrato che l'area, non più riabitata dopo la conquista romana, era forse già abbandonata nel V sec. a.C., lasciando intravedere la possibilità di un abbandono precoce di una zona urbana mal collegata e periferica. Di queste mura si conserva un lungo tratto con una porta di ingresso all'abitato.
Ai centro della collina, organizzato lungo un ampio asse stradale con vie traverse disposte ortogonalmente (anche se in maniera non regolare), è un vasto settore dell'abitato esplorato nei recenti scavi. Su queste strade sono visibili fronti di case con fondazioni a blocchi e piante irregolari, datate agli inizi del VI sec. a.C.
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Alla stessa epoca, se non qualche decennio prima, va datato anche il tempio, sulla sinistra della strada principale: vi si accede da una strada trasversale e, nel témenos solo in parte delimitato, si dispongono le fondazioni a blocchi regolari dell'edificio di culto, di pianta rettangolare (m 15 x 8), del quale furono trovate le terrecotte architettoniche, con fregi raffiguranti processioni di carri e antefisse dell'iniziale VI sec. a.C. |
Collegato al tempio da un breve muro è un ambiente rettangolare con pozzo. Poco discosto è tuttora conservata una gigantesca cisterna ellittica con scala di accesso interna.
Le necropoli etrusche
Delle grandi necropoli veienti solo alcune tombe sono visitabili. Il sepolcreto di Riserva del Bagno mostra ancora molte delle tombe aperte nei recenti scavi, disposte su varie terrazze percorse da una strada.
Fra queste tombe merita una visita la tomba detta "delle Anatre", la più antica dipinta di tutta l'Etruria (secondo quarto del VII sec. a.C.); essa è affrescata in vivaci colori, rosso, giallo e nero, ed ha volta a vela e banchine laterali (con tracce per incasso ligneo di un baldacchino a doppio spiovente). Le pareti mostrano uno zoccolo rosso separato dal fregio superiore (sulle sole pareti destra e di fondo) mediante strisce rosse e gialle alternate a nere; nel fregio della parete di fondo sono cinque anatre schematiche, alternativamente in rosso e giallo con particolari in nero, derivate dal patrimonio della pittura vascolare italo-geometrica.
Passando per la valle del Cremera, invece, si costeggia il suggestivo Ponte Sodo, una galleria di 70 m entro la quale scorre il Cremera, già ritenuta di epoca assai antica, ma forse posteriore alla conquista romana; risalendo il colle di Picazzano, si può visitare una tomba a camera della metà del VIII sec. a.C. con lunghissimo dromos e sepolture secondarie all'intorno. Più oltre è un'altra interessante tomba a camera con pilastro tuscanico centrale e nicchia di fondo per incinerato; all'esterno, la fronte tufacea della tomba è accuratamente lisciata e presenta due banchine per le cerimonie funebri. Il corredo data l'impianto alla metà del IV sec. a.C. o poco dopo.
Proseguendo lungo il colle dei Quattro Fontanili, occupato dalla vasta necropoli villanoviana, si giunge all'antica strada etrusca e poi romana per Capena, tra le colline di Quattro Fontanili, Vaccareccia e Monte Michele (raggiungibile da Veio anche attraverso la strada antica della porta di Nord-Est a Macchia Grande, dove sono ancora visibili colombari romani).
Nelle pendici di Monte
Michele è scavata l'altra notissima e
antica tomba dipinta, detta tomba Campana dal nome del banchiere
collezionista che la scavò nel secolo scorso.
Dopo un lungo e profondo dromos si
entra, attraverso una piccola porta arcuata, nella prima delle
due stanze assiali che compongono la tomba. La parete d'ingresso
è foderata da blocchi non squadrati; quelle laterali presentano
due banchine e quella di fondo ha l'affresco, oggi rovinatissimo,
con scene a vivaci colori su due registri
inquadrati da motivi decorativi. Il registro inferiore mostra una
decorazione con animali e motivi vegetali, quello superiore due
scene figurate ciascuna con un cavaliere accompagnato da
personaggi a piedi (a destra) o da animali fantastici (a
sinistra), inseriti nei riquadri con fitto intrico di motivi
ornamentali di riempitivo. Nella seconda stanza, con bassa
banchina all'ingiro, erano dipinti grandi scudi policromi. Il
corredo della tomba è un'associazione sospetta, dal momento che
il marchese Campana, per accrescerne l'importanza, vi trasportò
oggetti trovati in altre località: tuttavia lo stile delle
pitture data la tomba alla fine del VII sec. a.C.