L'area della città fu forse frequentata nell'Età del Bronzo: alcuni frammenti sporadici attesterebbero presenze di epoca subappenninica mentre una tomba finora isolata, nella necropoli di Grotta Gramiccia, documenterebbe una frequentazione in età protovillanoviana. Queste presenze tuttavia non sono tali da lasciare intuire una continuità e una gradualità dello sviluppo tra Età del Bronzo ed Età del Ferro (come sembra invece doversi ricostruire per le vicine zone oltre Tevere occupate dalla cultura laziale): la diffusione e la quantità delle attestazioni villanoviane, sin dalle fasi più antiche, e al contrario tale da obbligarci a vedere in questa fase un vero e proprio salto di qualità.
Tutto l'altopiano, poi occupato dalla città storica, ha restituito materiali villanoviani in varia quantità. Le vaste necropoli villanoviane intorno alla città costituiscono nuclei abbastanza compatti, in rapporto più o meno stretto con strade antiche che da Veio conducono alle località vicine: a Nord l'imponente cimitero sul colle di Grotta Gramiccia, scavato negli anni tra li 1913 e il 1918; a Ovest la non grande necropoli di fondovalle in località Valle La Fata; ad Est l'altro vasto sepolcreto sulla sommità della collina di Quattro Fontanili (con la vicina collina di Vaccareccia). Questa situazione apre la possibilità di una duplice interpretazione storica. Si può infatti pensare che l'occupazione villanoviana fosse estesa e continua su tutto il pianoro, come dimostrerebbero sia i materiali villanoviani trovati in superficie sull'intero pianoro sia la continuità tra sepolcreti villanoviani e necropoli dell'epoca etrusca arcaica, di un'epoca cioè in cui l'unità dell'abitato è fuori questione; ma i dati in nostro possesso possono anche autorizzare a sostenere le ipotesi di Ward Perkins, il quale immagina l'esistenza di villaggi separati cui corrisponderebbero le singole necropoli, unificati soltanto in età storica. Le due prospettive non sono comunque antitetiche, dal momento che tra i vari villaggi (se di villaggi si tratta) deve essere esistita una sorta di solidarietà non solo culturale, ma anche politica, che permetteva agli abitanti di convivere, presumibilmente in vista di una difesa comune.
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Il villanoviano di Veio nelle sue fasi iniziali (IX sec. a.C.) presenta affinità strette con le altre zone sud-etrusche, con Tarquinia e con Vulci soprattutto, ma anche con la cultura laziale diffusa a Sud della città e quella falisca a Nord. Queste ultime somiglianze si accrescono nelle fasi successive. Altro dato assai importante è costituito dalla presenza nelle tombe villanoviane dei primissimi decenni dell'VIII sec. a.C. di materiali geometrici greci, coppe "à chevrons" di fabbricazione in genere euboica, che dimostrano come determinante per Veio (al pari della vicina Roma, ove troviamo le stesse ceramiche) fosse il controllo degli approdi tiberini, dove i naviganti greci venivano ad intessere i loro embrionali traffici. |
Veio in età arcaica controlla saldamente la sponda destra del Tevere che le fonti latine chiamano significativamente "ripa veiens", la riva di Veio: il Gianicolo, "l'Àntipolis" di Roma e il Trastevere sono luoghi di contesa, dove frequente è il ricordo di episodi di frontiera, e l'archeologia, con la scoperta dell'"oppidum" di Colle S. Agata (su Monte Mario, presso il Policlinico Gemelli), difeso da poderose mura e delle tombe a camera di tipo veiente del VII-VI sec. a.C., di S. Onofrio, conferma questo dato delle fonti.
Il V sec. a.C., come si è già visto, è avaro di dati archeologici. Le fonti letterarie narrano di strenue e continue lotte con Roma, punteggiate da severe sconfitte romane, quale quella subita dai Fabii al Cremera nel 477 a.C. in quel "bellum prìvatum" condotto - secondo una tradizione arcaica ormai morta nel V sec. a. C. - da una "gens" contro tutta una città. Negli ultimi decenni del secolo la pressione romana si fa fortissima: nel 426 a.C. Veio chiede aiuto alla lega etrusca riunita al "Fanum Voltumnae", ma, tranne Falerii, Fidene e Capena, fedeli alleate di Veio, nessuna città etrusca viene in soccorso di Veio, colpevole di essersi data nuovamente un regime monarchico. E infatti, negli scontri degli anni precedenti, il re velente Lars Tolumnius era caduto per mano di A. Cornelio Cosso, che ne aveva dedicato gli "spolia opima", il trofeo d'armi, nel tempio di Giove Feretrio a Roma. Roma stringe Veio di assedio, un assedio dai contorni mitici, modellato su quello di Troia e terminato sotto il comando di Furio Camillo nel 396 a.C. con la conquista della città e il trasferimento a Roma del culto di Giunone Regina dal'arx di Veio. La distribuzione delle terre della città conquistata fra plebei romani e disertori di Veio, Falerii e Capena è la premesa della soluzione dell'annoso conflitto patrizio-plebeo; Veio, soprattutto negli anni successivi all'incendio gallico di Roma nel 390 a.C., diventa il centro di un dibattito sul possibile trasferimento nel suo suolo della Roma distrutta.
| Di questa presenza romana e Veio nel IV
sec. a.C. abbiamo numerose e importanti testimonianze,
case in località Macchia Grande, iscrizioni sacre di III
sec. a.C. ad Apollo, Minerva, Iuppiter Libertas, Victoria
e tutti gli altri dei, doni votivi a Campetti,
Portonaccio, Piazza d'Armi e Porta Caere, sepolcri a
camera a Casalaccio, Vignacce, Macchia della Comunità e
Picazzano. Soprattutto ricchissimi i due depositi di
Campetti, con statuette e dediche a Cerere (la "Vei"
Demetra romana) da parte di un discendente - forse dei
clienti - dei re di Veio, un L(ucius) Tolonios, e
dell'istmo di Piazza d'Armi, forse da collegare con il
grande culto di Giunone Regina, testimonianze preziose
dell'importanza dei due culti per la plebe romana
trasferita a Veio. La presenza romana tra IV e III sec. deve essere stata imponente; anche la campagna, accuratamente esplorata dagli archeologi della Scuola Britannica di Roma, ha restituito una fittissima rete di presenze di questo periodo, espressione tangibile della piccola proprietà contadina. Tuttavia, con il crollo della piccola proprietà nel II sec. a.C., Veio viene progressivamente abbandonata, fino a diventare sinonimo, tra tarda età repubblicana e prima età augustea, della desolazione e dell'abbandono, romanticamente cantati dai poeti. |
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Le testimonianze archeologiche si riducono a pochi oggetti votivi a Porta Caere e tracce di ville saldamente insediate nell'antica area urbana, delle quali quella recentemente scavata a Campetti è una testimonianza interessante.
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Augusto, nel suo programma di restaurazione sociale, politica e religiosa, crea anteriormente all'I a.C., nel centro dell'altopiano, un insediamento municipale, il "municipium Augustum Veiens", con edifici prestigiosi, noti da fonti epigrafiche e da resti archeologici. Le fonti parlano di un importante centro di culto imperiale, di templi di Marte e della Vittoria Augusta, di terme, di una "porticus Augusta" eretta da Tiberio; i probabili resti di un teatro, le terme dette Bagno della Regina e soprattutto le dodici colonne ioniche di marmo lunense scoperte negli scavi del 1812-17 e rimontate nel portico di Palazzo Vedekind a Roma, in Piazza Colonna, sono l'equivalente archeologico dl quelle fonti, documenti dello sforzo compiuto dalla dinastia giulio-claudia (ben undici dediche imperiali sulle diciotto conosciute si riferiscono ai giulio-claudia) per rivitalizzare questa antico centro in decadenza. |
Le iscrizioni distinguono "municipes intramurani" e "municipes extramurani", abitanti del centro urbano e della campagna, prova questa di una forte presenza di cittadini nelle "villae" del territorio. Ciò non solo denuncia l'artificiosità della restaurazione augustea, ma fa presagire il destino successivo della città, che nuovamente tornerà allo stato di abbandono a vantaggio della campagna.
I resti posteriori al I sec. d.C. sono infatti scarsissimi, soprattutto pertinenti a ville sparse sull'altopiano e ad alcune tombe in località Vignacce e Macchia Grande; l'ultimo tentativo di ripresa nella zona è quello, in pieno Medioevo, di papa Adriano I (772-95), che costruisce una fattoria in località S. Cornelia a tre chilometri a Nord-Est dalla città, nota dalle fonti come "domus culta" o "fundum Capracorum", sopravvissuta fino al XII sec. Nel X sec.. invece, sorgono il castello e la "curtis" di Isola Farnese, con il vicino mulino (noto dal 1029) sul fosso detto appunto della Mola.